"Cinema Cielo" di Danio Manfredini - Visto da tre nostri allievi

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Cinema Cielo di Dario Manfredini - Teatro Menotti
Cinema Cielo di Dario Manfredini - Teatro Menotti

"Cinema Cielo" di Danio Manfredini, attore/autore vincitore di quattro premi Ubu, l'ultimo nel 2023 alla carriera.

Il senso di vuoto dato dalla malinconia e la solitudine di tutti i personaggi di Cinema Cielo è palpabile quando si lascia la sala. I dieci minuti di applausi, forse, erano proprio per questo: l’umanità con cui l’opera di Dino Manfredini ci racconta lo spaccato di un mondo che esiste, è importante e presente, nascosta alla luce del sole coperta da un velo di tristezza, per chi vuole guardare.

A nessuno piacciono gli emarginati, occuparsi di loro, ma così racconta con estremo tatto e maestria la storia di Louis, chiamato nella sua seconda vita Divine, un ragazzo transessuale fuggito dal nido alla ricerca di se’, barcamenandosi tra strada, amanti e sfortuna, ispirandosi a un romanzo di Jean Genet.
Ma non solo.
E’ un racconto di solitudine ed emarginazione, che probabilmente trova la sua casa proprio nel Cinema Cielo di Milano, un luogo che accoglie gli strani, gli emarginati: gli stranieri, inteso come aggettivo. Lo strano estraneo. Divine assomiglia infatti molto a Pajtim, l’autore-protagonista di Le Transizioni, opera di successo di Pajtim Statovci, autore Kosovaro che racconta proprio questo: sentirsi estranei, la difficoltà di stare al mondo rifugiandosi in una tana strampalata ma nostra e l’intimità e profonda umiltà che ne deriva. Questo è quello che io ho visto in Cinema Cielo.
Manfredini oltretutto ce lo racconta attraverso una scenografia perfettamente coerente: la sala del cinema, di cui anche noi, diventiamo spettatori. Gli attori interpretano, con un linguaggio del corpo magistrale, più personaggi durante il racconto che contornano la storia di Divine, narrata da una voce esterna che simula la riproduzione di una pellicola a luci rosse e ci fa trovare così totalmente immersi nella storia, tutto nell’intimità della sera di Natale. Siamo partecipi di qualcosa che forse non vogliamo sempre guardare ma di cui in realtà, tutti facciamo parte.
Tutti conosciamo la solitudine e tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti emarginati. Così lascio la sala chiedendomi se forse, la storia di Divine e dei frequentatori del Cinema Cielo, non potrebbe essere quella di tutti, che a nostro modo, siamo stati e saremo prima o poi degli stranieri che si rifugiano, come possono, attori nel loro cinema.

Ida Belli

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“Why should I be frightened of dying?
There's no reason for it
You've gotta go, sometime”
“The great gig in the sky”
Pink Floyd

Le luci si accendono.
Un corpo riverso a terra si alza e racconta alcuni degli episodi della sua vita.
Parla di amori traditi, di promesse non mantenute, di corpi svenduti.
Nell’assurdità del racconto riesce a essere tanto comico quanto tragico.
Un piccolo assaggio di quello che vedremo di lì a poco.
Il sipario semi trasparente si alza, e sul palcoscenico appare l’interno di un cinema, il “Cinema Cielo” per l’appunto, ma l’atmosfera e la musica, fanno pensare più ad un funerale.
Ed è proprio una celebrazione funebre quella che ci viene presentata, perché questa è la storia di un cinema che non c’è più, ma al suo interno vivono ancora le anime delle persone che lo hanno popolato, e alcuni dei loro corpi sono ancora lì, bloccati sulle loro poltrone, con lo sguardo ormai vuoto fisso verso lo schermo.
Sono anime, che per quanto confinate tra le mura del cinema, sono libere come non avevano mai potuto esserlo in vita: e allora sbraitano, litigano, ballano, si uniscono in orge, piangono e si disperano. Non hanno più filtri, non hanno più paura di essere quello che sono e le canzoni scelte per sottolineare le varie scene non sono lì a caso.
“Why” dei Bronsky Beat è un pezzo pop solo all’apparenza leggero, ma porta al suo interno un messaggio di ribellione e dolore contro l’omofobia:
“Tear up my life Condemning me Name me an illness Call me a sin Never feel guilty Never give in Tell me why?” “You and whose army” dei Radiohead è a sua volta una canzone di sfida, ma contro il potere in generale.

You think you drive me crazy?
Well, come on, come on
You and whose army?
You and your cronies?
E mentre la disperazione sul palco si fa sempre più palpabile, si alza in volo la voce di Clare Torry in “The great gig in the sky” dei Pink Floyd il cui testo si collega all’ambiente recitando "Perché dovrei aver paura di morire?”.
Di sicuro non ne hanno queste anime perse che, sotto la luce dello schermo, si animano per raccontare non solo storie, ma emozioni talmente pure da fare quasi paura. E quando cala il sipario, sullo schermo rimane solo l’immagine del protagonista del film, anche lui morto.
Almeno fino a domani, quando torneranno ad accendersi le luci in sala.
“Death,
is just a moment,
When
we stop
dying”
“Song for Batya”

Eef Barzelay

Beppe Fabris

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“GESU’, MA TU HAI PAURA DI NOI? – ANIME SENZA CIELO”
Uno spettacolo che è un grido soffocato, una preghiera che non trova risposta, un affresco di anime spezzate, di corpi ai margini, di vite sospese tra desideri e disperazione. Cinema e cielo di Danio Manfredini ci trascina in un limbo di solitudini e degrado, tra anime emarginate e smarrite che si muovono in un cinema fatiscente, spazio di attese e di condanna. Il titolo stesso racchiude il senso di questo mondo sospeso: cinema, luogo di f inzioni, di illusioni, di sogni irraggiungibili proiettati su uno schermo, e il cielo, simbolo di infinito, di trascendenza, ma anche di un’assenza, un altrove distante, forse negato.

Il cinema, come unico spazio scenico, non è solo un luogo fisico, ma uno stato mentale. E’ la sala di attesa della vita, il rifugio di chi non ha altro posto dove stare. In questa sala spoglia, i personaggi si muovono tra manichini immobili e volti segnati dal tempo, spettatori silenziosi di esistenze spezzate. Il bagno, spazio liminale tra pubblico e privato, diventa il luogo della solitudine più cruda, della resa, del confronto con sé stessi. Diventa il luogo dell’abbandono, della trasformazione e della disperazione. Può essere un rifugio temporaneo, l’unico spazio, forse, in cui i personaggi possono guardarsi davvero allo specchio, spogliarsi non solo fisicamente ma anche emotivamente.

Ma è anche il luogo della fragilità estrema: lì si consumano gesti di autodistruzione, di degrado, di solitudine più cruda. Il bagno, allora, diventa la zona più buia dell’anima, dove i personaggi si trovano faccia a faccia con il proprio dolore, lontano dagli altri, lontano dallo sguardo del mondo. Entrano ed escono da esso come se cercassero qualcosa, forse una redenzione, forse un attimo di tregua, ma ogni volta tornano nello stesso limbo, nella stessa condizione di esseri in attesa, senza un vero cambiamento. Divine, unico a portare avanti un monologo, indossa piccole ali rosse, troppo fragili per sollevarlo, e scarpe alte e scomode, che rendono ogni passo instabile. E’ un angelo caduto, il simbolo di un volo negato, di un’identità soffocata, di un peso interiore insostenibile.

La sua voce è un flusso di pensieri tormentati, una ricerca di senso in un mondo che sembra averlo dimenticato. Ma la figura che più trafigge è quella di Gesù sulle stampelle: non un salvatore, ma un Cristo stanco, piegato, incapace di reggere il peso del mondo. Qui nessuno può salvare nessuno. Questa immagine rende il dolore dello spettatore ancora più amaro e quel “Cristo” sulle stampelle, fragile e impotente, trasforma la domanda “Gesù, ma tu hai paura di noi?” in una sentenza: anche Dio ha voltato le spalle agli ultimi. Qui il dolore è totale, si insinua tra i corpi, nei gesti e nei silenzi. Quella domanda, a mio parere, è il cuore pulsante dello spettacolo, il punto in cui la tragedia umana si fa sacra, in cui la solitudine diventa universale di fronte al divino che sembra incarnare la resa , il fallimento della salvezza e che vacilla davanti all’umanità più nuda. E poi ci sono quelle parole crude “Per tre milioni cagami addosso” che sanciscono la mercificazione assoluta. .

Un prezzo per annullarsi, per sparire, per vendere anche l’ultima briciola di dignità. In questo teatro di fantasmi, il pensiero stesso diventa prigione: “Subisco il peso dei miei pensieri”, afferma Divine, rivelando che la sofferenza più grande non solo è nelle azioni, ma nell’impossibilità di smettere di pensare, di esistere. Manfredini costruisce uno spettacolo che non concede scampo, né redenzione. Quando le luci si spengono, resta solo il peso di quel Gesù “zoppo”, di quelle ali troppo piccole, di quei corpi stanchi che continuano a muoversi senza una direzione. Resta la sensazione di avere visto un’umanità fragile e dolente che cerca ancora uno sguardo, una risposta, un segno. Ma quel segno non arriverà mai. Alla fine, Cinema e cielo lascia lo spettatore senza risposte, intrappolato in una spirale di solitudine e impotenza. Il senso di abbandono è totale, come ci ricorda Dante nel suo celebre” Lasciate ogni speranza Voi ch’entrate”, che accoglie chi si avventura nell’Inferno. Non c’è redenzione, né via d’uscita, solo il vuoto di un mondo che non offre più salvezza.

E se, come dice Pirandello in “Sei personaggi in cerca d’autore, “Non si può vivere senza una parte da recitare, ma è la parte che ci uccide”, allora i personaggi di Cinema e cielo non sono altro che prigionieri di un ruolo che non hanno scelto, costretti a recitare un’esistenza senza possibilità di vera liberazione.

Anna Rita Imbesi